I bambini stanno giocando nella stanza grande dell’asilo con il percorso costruito di sedie e panchette. Alcuni ci giocano camminando sopra, altri ci giocano facendo muovere gli animali.
L. e V. (2 anni), stanno giocando con gli animali. Ad entrambi piacciono molto i pesci.
Comincia L. a giocare con lo squalo e il delfino. Dopo un po’ lascia giù lo squalo.
Arriva V. e prende lo squalo.
L., che in quel momento stava giocando con un solo pesce, va vicino a V. e gli strappa di mano lo squalo. V. piange.
L’educatrice va vicino a L. e gli dice: “Volevi giocare tu con lo squalo?” L. fa cenno di sì con la testa.
Educatrice: “Ti piace tanto lo squalo? È divertente giocarci?”
L.: “Si”.
Educatrice: “V. piange, perché è dispiaciuto. Anche a lui piace lo squalo”. L. guarda V.
Educatrice: “Ti va di lasciare lo squalo a V. e andare a cercare un altro pesce?”
L.: “Si” e sorride. Corre a scegliere un altro animaletto.
Dopo un po’, V. Si avvicina a L. e gli porge lo squalo.
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In questi giorni sto compiendo delle riflessioni riguardo a come noi educatrici viviamo alcuni momenti nella routine della vita al nido. Il “noi educatrici” può essere inteso anche come “noi adulti” (genitori o chiunque si rapporti con i bambini).
Vorrei dunque soffermarmi su una situazione in particolare: quando un bambino compie un’azione che a noi non piace (esclusi i casi in cui si teme per la sua sicurezza).
Qual’è la nostra reazione?
Magari quella di fermarlo e cercare di spiegargli perché non dovrebbe andare avanti a fare quello che stava facendo. Magari cerchiamo di proporgli qualcosa di diverso. E magari subito dopo notiamo in lui una reazione contraria e oppositiva nei nostri confronti.
A questo punto mi viene spontaneo pensare: ma se fossimo noi il bambino, come reagiremmo? Immaginando di stare facendo qualcosa che in quel momento ci piace fare, come ci comporteremmo se, ad un certo punto arrivasse un’altra persona che ce lo proibisse e ci dicesse di fare altro? E in pratica cercando di farci fare quello che essa vorrebbe che facessimo?
Quanto è importante stare in quella relazione, in quel preciso momento con il bambino? Credo che sia proprio questo che fa la differenza.
Darci il tempo di soffermarci su noi stessi. Dove sto io emotivamente quando il bambino fa una certa cosa? Cosa suscita in me quel comportamento? E perché? Quali bisogni sento in me non soddisfatti?
Se riusciamo a fare la stessa cosa mettendoci dalla parte del nostro piccolo amico e provando a rispondere a queste domande (quali potrebbero essere le emozioni del bambino in quel momento? Di quali bisogni potrebbe avere necessità?), potremmo accorgerci che in realtà, quando siamo in relazione con qualcuno (adulto o bambino), il conflitto nasce da uno scontro di bisogni insoddisfatti (i nostri e quelli dell’altra persona). La chiave funziona se li facciamo incontrare, in un dare reciproco che proviene dal cuore ❤️
E allora magari la nostra reazione di fronte al comportamento dell’Altro sarà diversa, e potremmo trovare delle soluzioni/strategie che mai pensavamo potessero funzionare.
E magari potremmo scoprire la felicità che deriva dall’aver fatto qualcosa per noi stessi, e il saper anche l’Altro appagato, perché ci siamo presi cura dei bisogni di entrambi.
E allora, ritornando all’esempio sopra, anziché dire no, o distrarre e proporre qualcos’altro, potremmo rimanere in quella relazione e provare a trovare insieme a lui una soluzione che soddisfi entrambi.
Vanessa ❤️
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